SFOGO PER L’AMATA PERDUTA
Hanno portato via la mia Emily.
Mi sento vuoto, anzi, non mi sento proprio. Nonostante fosse un misero 50cc, Emily era una tra le cose più importanti che avevo. La curavo, la pulivo, tentavo di renderla ogni giorno più bella. Mi ero proprio innamorato. E, come quando si è veramente innamorati, non badavo a spese, mettevo sempre in secondo piano tutti gli altri impegni. Oggi, 27/03/05, me l’hanno portata via davanti a me, senza che io potessi far niente. Ero lì, inerme, con le spalle ricurve, le braccia lungo i fianchi, i pugni stretti per il dolore e la gola impietrita. I miei occhi si stavano sempre più riempiendo di lacrime e di odio. Mia madre, capita la situazione, mi diceva di non guardare, tuttavia volevo avere nella mente quest’ultimo ricordo. E come in tutti i peggiori film, mentre un tizio la stava legando a forza sopra il carro attrezzi, ripensavo a tutti i nostri momenti felici ed infelici, alle nostre corse per le campagne, per i viali di notte, ho pensato a quando la verniciavo con paziente costanza dal Vichi, a quando ero costretto a partire con la rincorsa perché non avevo ancora comprato il motore d’avviamento.
Emily significava tantissimo per me, non c’era momento in cui non volessi andare da lei, anche solo per farle qualche carezza o cercare quelle piccole imperfezioni che avrei voluto perfezionare. Quando la mattina era bel tempo ci andavo a scuola e, uscendo una o due ore prima, mi divertivo a “smanettare” per tutta la Faentina.
Prima che la municipale la portasse via mi sono seduto sopra di lei, le ho abbracciato il serbatoio, mi sono accovacciato dietro il cupolino e, consapevole di una prossima nostalgia, ho aperto il gas, sfiorato la frizione e scalato due o tre marce in memoria degli ormai vecchi tempi…
Forse le sono così legato dal momento che questa è una moto che mi sono fatto praticamente da solo. Non mi prendo il merito, che spetta al grande Roberto Pavi, di aver praticamente rimesso a nuovo l’intero gruppo termico, mi prendo invece il merito di essermi accontentato, di aver pazientato e di non aver mai smesso di sognare grandi progetti, forse irrealizzabili, per noi due, mentre tutti mi prendevano in giro, ironicamente, dicendomi: "Ma dai! È solo un cinquantino, tra un po’ ti verrà a noia, fidati."
Questa è la storia. Semplice e soprattutto realistica. Sfortunatamente non c’è sempre il lieto fine nelle cose che accadono nella realtà, i problemi si affrontano e, quando non si riesce a venirne a capo, ne paghiamo le dure conseguenze come realtà comanda.
Hanno portato via la mia Emily.
Mi sento vuoto, anzi, non mi sento proprio. Nonostante fosse un misero 50cc, Emily era una tra le cose più importanti che avevo. La curavo, la pulivo, tentavo di renderla ogni giorno più bella. Mi ero proprio innamorato. E, come quando si è veramente innamorati, non badavo a spese, mettevo sempre in secondo piano tutti gli altri impegni. Oggi, 27/03/05, me l’hanno portata via davanti a me, senza che io potessi far niente. Ero lì, inerme, con le spalle ricurve, le braccia lungo i fianchi, i pugni stretti per il dolore e la gola impietrita. I miei occhi si stavano sempre più riempiendo di lacrime e di odio. Mia madre, capita la situazione, mi diceva di non guardare, tuttavia volevo avere nella mente quest’ultimo ricordo. E come in tutti i peggiori film, mentre un tizio la stava legando a forza sopra il carro attrezzi, ripensavo a tutti i nostri momenti felici ed infelici, alle nostre corse per le campagne, per i viali di notte, ho pensato a quando la verniciavo con paziente costanza dal Vichi, a quando ero costretto a partire con la rincorsa perché non avevo ancora comprato il motore d’avviamento.
Emily significava tantissimo per me, non c’era momento in cui non volessi andare da lei, anche solo per farle qualche carezza o cercare quelle piccole imperfezioni che avrei voluto perfezionare. Quando la mattina era bel tempo ci andavo a scuola e, uscendo una o due ore prima, mi divertivo a “smanettare” per tutta la Faentina.
Prima che la municipale la portasse via mi sono seduto sopra di lei, le ho abbracciato il serbatoio, mi sono accovacciato dietro il cupolino e, consapevole di una prossima nostalgia, ho aperto il gas, sfiorato la frizione e scalato due o tre marce in memoria degli ormai vecchi tempi…
Forse le sono così legato dal momento che questa è una moto che mi sono fatto praticamente da solo. Non mi prendo il merito, che spetta al grande Roberto Pavi, di aver praticamente rimesso a nuovo l’intero gruppo termico, mi prendo invece il merito di essermi accontentato, di aver pazientato e di non aver mai smesso di sognare grandi progetti, forse irrealizzabili, per noi due, mentre tutti mi prendevano in giro, ironicamente, dicendomi: "Ma dai! È solo un cinquantino, tra un po’ ti verrà a noia, fidati."
Questa è la storia. Semplice e soprattutto realistica. Sfortunatamente non c’è sempre il lieto fine nelle cose che accadono nella realtà, i problemi si affrontano e, quando non si riesce a venirne a capo, ne paghiamo le dure conseguenze come realtà comanda.



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